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LE CINQUE GIORNATE DI MILANO


E´ così indicata l'insurrezione popolare dei Milanesi contro gli Austriaci, iniziata il 18 marzo 1848 e conclusasi il 22 marzo con la ritirata delle truppe d'occupazione.
La mattina del 18 marzo la popolazione di Milano, animata dalla notizia della rivoluzione di Vienna (giunta la sera del 17) e irritata per l'inadeguatezza delle promesse imperiali contenute in un manifesto fatto pubblicare dal vicepresidente del governo E. O'Donnell, scese a dimostrare nelle strade, invase il palazzo del Governo e costrinse O'Donnell a firmare tre decreti in base ai quali veniva concessa la guardia civica, destituita la direzione di polizia e ordinato alla polizia stessa di consegnare le armi al municipio. Gabrio Casati, podestà di Milano, ed Enrico Cernuschi, che erano alla testa dei manifestanti, attaccati da reparti di truppe mentre si recavano alla sede del municipio, si rifugiarono a Palazzo Vidiserti, e contemporaneamente il feldmaresciallo Radetzky - che disponeva all'inizio di 14 mila uomini e di 40 cannoni, cui si unirono successivamente cinquemila soldati fatti affluire da altri centri della Lombardia - faceva occupare il duomo, il Broletto e altri punti strategici. La popolazione iniziava intanto la costruzione delle prime barricate, e attaccava con le scarse armi da fuoco di cui disponeva gli Austriaci. La lotta, attenuatasi durante la notte, riprese con intensità crescente dall'alba del 19; circa 1.600 barricate ostacolavano i movimenti degli Austriaci, mentre le azioni, fino ad allora spezzate e isolate, cominciavano a trovare centri di coordinamento, fino a che il 20 si formò un consiglio di guerra (C. Cattaneo, E. Cernuschi, Giorgio Clerici, Giulio Terzaghi), che si assunse il compito di guidare l'insurrezione. Il piano di guerra del consiglio, che dovette superare le tendenze a una soluzione di compromesso vive nella municipalità, si sviluppò con successo nei giorni seguenti, nonostante si dovesse registrare anche qualche scacco (Casati e altri membri del governo provvisorio vennero fatti prigionieri in un audace contrattacco nemico); si riuscì comunque a isolare e a eliminare i punti di forza austriaci all'interno della città e a spezzare l'accerchiamento appoggiato alla cinta dei bastioni con la sanguinosa conquista di Porta Tosa [od. Porta Vittoria] (22 marzo); dopo la rottura della linea dei bastioni, Radetzky - mentre contemporaneamente gruppi d´insorti provenienti dai centri vicini forzavano Porta Comasina - fu costretto ad ordinare la ritirata, anche in previsione di un imminente intervento piemontese.
Gli Austriaci (le cui perdite furono inizialmente assai esagerate dagli avversari, anche per ragioni propagandistiche) ebbero nei combattimenti circa 1.000 uomini morti, feriti, prigionieri o dispersi (i morti furono cinque ufficiali e 176 sottufficiali e soldati); gli insorti ebbero più di 300 morti, in prevalenza popolani.

Da Angelica